Lo Spirito e il Cammino

Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino errante di luogo in luogo. I miei beni terreni sono una bisaccia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro.

Da “racconti di un pellegrino russo”

Incontro allo spirito

L’uomo, e con lui ogni cosa, corre o scorre, ricorda l’adagio di Eraclito. Parlare di viaggio, dunque, o di cammino significa parlare della vita umana e cosmica. Il movimento è la realtà e la vita stessa del cosmo, il suo modo naturale di essere e di perire. Ci si muove per raggiungere una meta, per concludere un affare, per incontrare un amico o per scontrarsi con un nemico. Mille giustificazioni che forniscono al viaggiatore l’occasione desiderata, potersi finalmente mettere in viaggio! Perché si è in viaggio? Perché non si può che viaggiare? La risposta, in verità, è in quello stesso intimo che interroga, dove risiede un moto più profondo di cui i viaggi non sono che l’onda d’urto più periferica, come il cerchio più esterno provocato da un sasso gettato in uno stagno. E’ l’intimo che agita, come è l’intimo che calma.

Camminare, nella realtà o anche nel mito, è vivere, assecondare l’ìmpulso vitale e accettare di farsene compagno.

Il sapiente non tenterà di fermare, bensì di dare una forma all’irrequietezza umana mediante il “viaggio”. Dice S. Agostino: “Tu … Signore… ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.”

Dunque il viaggio ha alla sua origine la nostalgia  di una bella realtà originaria cui si vuole tornare?

L’uomo nasce nomade, oltre che nudo : senza città né accampamenti, senza difese. Forse il primo vero architetto della città è la paura, il bisogno dell’uomo di sapersi protetto più che di sentirsi un essere comunitario o civilizzato. Infatti anche i nomadi hanno vincoli e cultura, così come nella città si sperimentano isolamento e barbarie.

La vita dunque, richiede di viaggiare: per aumentare la ricchezza o la varietà dei prodotti di cui si può disporre, per conquistare nuove terre, per placare gli dei che chiedono di essere serviti in luoghi lontani.

La vita, quasi come  riflesso al viaggio indotto dalla necessità, obbliga a viaggiare: per cercare cibo, quando là dove si vive questo scarseggia (migrazi0ni), o per pagare il prezzo di una guerra perduta (fughe e deportazioni).

Solo in tempi abbastanza recenti, l’uomo ha avuto il coraggio di ammettere, senza più simulare, che si può viaggiare anche per piacere. Ma forse l’itinerario non è ancora concluso. Ci vorrà ancora altro tempo per riappropriarsi coscientemente del piacere originario, sempre goduto e puntualmente misconosciuto, cioè del viaggio stesso come primo piacere, perché primo bisogno.

Ruggero Radaelli

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