La preghiera è un viaggio

bastoni santiago

Si può parlare di preghiera, si può pregare sotto le immagini del pellegrinaggio.

Supplicare, in greco, vuol dire “arrivare”, viaggiare verso casa; il supplice è colui che è arrivato a casa.

Il tessuto dell’Europa è nato dai pellegrinaggi medievali verso Santiago di Compostela, Roma e Terra Santa. Sulle tre strade: della fine, dell’origine e dell’istante che permane va il pellegrinaggio eterno del cristiano; su queste strade va l’orante, nel viaggio interiore: la strada dell’origine, la terra Santa; la strada del futuro, Finis terraeSantiago; la strada dell’istante che permane, il simbolo di Roma.

pelelgrini

Così ritorna ancora vivo il primo nome dato ai cristiani: quelli della via, quelli della strada (cf. Atti 9,2). Quelli che vanno, quelli che inventano le strade che li portano gli uni verso gli altri e, insieme verso Dio; il Dio degli itinerari mai conclusi.

Pregare è “immergersi nell’amore di Dio”, come dicono i classici; ancora movimento verso, penetrazione.

Oppure, come diceva Leopardi in quella bellissima poesia laica e sacra insieme, è “naufragare nell’infinito”.

La preghiera è movimento.

La preghiera non è risposta, ma canto d’esilio di chi non sopporta più l’esilio.

Da “Dieci cammelli inginocchiati” – E. Ronchi

Gesù nella Città santa e nel tempio

Dome of the Rock and the Western Wall, Jerusalem, Israel, Middle East

(l’intensità dei giorni)

Lc. 2, 41 – 52

Il testo in questione ci presenta la famiglia di un ebreo dodicenne, i cui genitori sono osservanti, pii e devoti, che insieme ad una comitiva si reca a Gerusalemme in pellegrinaggio, come tre volte all’anno accadeva secondo la Legge. La famiglia è quella che noi oggi definiamo “Santa” ed i suoi componenti sono Giuseppe, Maria e Gesù, che in quel momento erano una tra le tante famiglie che salivano alla città santa, dimora del Dio vivente. Il periodo è quello di Pasqua, simbolo di ogni liberazione e il racconto prelude al destino di Gesù, passione, morte e risurrezione per noi, che darà una impronta unica a questa festa e la renderà universale.

Il giovanissimo Gesù, avrà trascorso giorni meravigliosi, all’insegna dello stupore per la magnificenza delle realtà positive che vedeva e

senz’altro di fastidio per quelle che non facevano trasparire il mistero di Dio. Però Gesù non rimane nel tempio per una semplice attrazione, bensì come frutto di una decisione difficile scaturita dall’intenso rapporto col Padre, in vista di una missione dura da compiere.

Maria era talmente sicura di Gesù da lasciar passare un’intera giornata senza preoccuparsi, Gesù, come fa ogni discepolo rabbinico, ascolta l’insegnamento, seduto ai piedi dei maestri, dei dottori, e fa domande per meglio capire. Un testo della Scrittura lo si ama e lo si rispetta quando lo si interroga, lo si sollecita a comunicarci più di quanto ci dice ad una prima lettura.

Gesù rimane nel tempio per obbedire alla vocazione di far conoscere la volontà del Padre per la salvezza degli uomini. Il Padre è il segreto vocazionale di Gesù, conoscere Gesù è dunque conoscere che Lui è là dov’è il Padre.

  • Il fatto che i genitori siano persone pie è per il figlio una grande grazia.
  • Ognuno ha la sua Gerusalemme, per ognuno c’è un luogo, un evento nel quale Dio si manifesta.
  • La mia Pasqua è la mia eucarestia domenicale. La mia Pasqua è ogni liberazione dal male, dalla depressione, dalla paura, dall’ansia, dalla solitudine, che il Signore compie in me.

Il cuore è sempre alla ricerca di Dio, anche se non ce ne rendiamo conto, a noi però il coraggio di compiere concretamente certi passi, avere il coraggio di affidarci e di rischiare.

Ruggero Radaelli

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